mercoledì 7 febbraio 2018

Spigolo Strobel 1992 ...un invernale senza cicche...



Verso il tardo pomeriggio inizia a nevicare, esco
imprecando dalla stanza allestita a bivacco invernale del Rifugio Casera di Bosconero, mentre Pietro alimenta il fuoco della stufa. Scruto meravigliato l'inaspettata nevicata e preoccupato per le condizioni che troverò l'indomani in parete cerco di sedare l'ansia fumando una cicca dietro l'altra. Le previsioni allora non erano precise come ai giorni nostri e quell'anno l'inverno si era presentato piuttosto mite e privo di precipitazioni , ritardando le mie ambizioni alpinistiche. Da tempo avevo programmato di fare da solo lo “strobel” in invernale cercando di emulare colui che per me era il più grande alpinista solitario di sempre, e cioè Renato Casarotto, che aveva percorso la via in cordata per la prima volta nella stagione avversa. Naturalmente volevo le condizioni come nelle sue imprese: con tanta neve e temperature estreme e forse quella nevicata che tanto mi irritava capitava a pennello per colorare con più bianco le montagne un po' smorte di quel febbraio inusuale. La mattina giunti di buon ora con il cielo terso, avevamo trovato il sentiero privo di neve fin quasi sotto al rifugio, e Pietro che come in altre occasioni si era offerto volontario per aiutarmi nel trasporto del materiale, era più infastidito di me per le condizioni troppo morbide della montagna. Con il tramonto il cielo si apre, sono caduti appena 5 cm di neve, e un forte vento sconquassa i profili della Rocchetta sollevando un turbinio bianco che pian piano si dissolve nel blu intenso del cielo ormai pronto a far spazio alle stelle. Quando rabbuia tutto si calma e il gelo ci accompagna verso il calore del rifugio, ceniamo dando fondo all'ultimo goccio di vino nero che il mio amico ha vinificato con amore e passione. Pietro è un tipo eccentrico, un pensatore, un ribelle rabbioso in conflitto con gli eccessi della modernità, cerca nel possibile di coltivare in modo naturale tutto ciò che mangia, ha portato persino un po' del tabacco prodotto in piccola quantità finemente con le sue mani. Ha un amore immenso per la montagna, per le zone selvagge, ma non ha mai ambito scalare e vivere la roccia, il suo mondo sono i boschi, le valli anguste, i suoni della natura. Dopo quegli anni il mio compagno invecchiando si è un po' rabbonito, mantenendo comunque fede ai suoi ideali, eravamo grandi amici ma purtroppo come spesso capita nei rapporti più forti, alcune incomprensioni ci hanno fatto perdere di vista, senza però farmi dimenticare i bei momenti passati assieme. Dopo un buon caffè corretto con la grappa usciamo per fumare, lui si prepara la pipa che abilmente si è costruito ed io scopro con stupore di avere a disposizione l'ultima sigaretta, ho fumato tutto il giorno senza ritegno. La dipendenza al tabacco mi porta in uno stato confusionale; dovrò rinunciare alla salita, come potrò bivaccare in parete senza la compagnia del fumo...!? Mentre mi gusto ansioso l'ultima cicca, guardo il mio amico con una maschera di supplica, e lui capisce dove andrò a parare e si infastidisce, tiene a quel tabacco come ad un oracolo e lo fuma con parsimonia e devozione. Impreca, dandomi del tossico incapace di controllarmi, ma poi capisce e si rassegna: “ …questo la via senza fumar no al va a farla!” Su quello che non intrasige è il prestarmi la pipa, avrà bisogno di fumare anche lui, rimarrà al rifugio da solo per un giorno ancora e anche per la notte successiva, poi si vedrà… L'unica cosa che mi viene in mente è ritagliare minuziosamente in piccoli pezzi una pagina del giornale che si trova sulla cassa della legna vicino alla stufa. Preparo una ventina di cartine già pronte all'uso. Prima di coricarmi rollo un po' del tabacco che il buon Pietro mi ha preparato su una busta di nylon; lecco con più saliva possibile, ma la carta si stacca continuamente, quando provo ad accendere quella specie di mozzicone contorto, il bordo si infiamma, la spengo e provo a tirare, una aspirata acre che toglie il fiato e poi la brace si spegne, devo ripetere l'operazione più volte, prima di stabilire di aver assunto la giusta dose di quella droga di cui sono dipendente ancora oggi, sarà un impresa, ma non ho alternativa. La mattina di buonora quando usciamo fa un freddo bestiale, la mole e la siluette nera della Rocchetta Alta che si staglia contro il cielo ancora stellato mi incute paura, ma quando intuisco le striature e le pennellate candide lasciate dall'ultima nevicata, il mio spirito d'avventuriero riacquista vigore. Sul sentiero dietro il rifugio il mio compagno si piazza d'avanti con un bel zainone in spalla e comincia a battere la traccia, man mano che saliamo la quantità di neve aumenta, sprofondiamo anche per trenta quaranta centimetri, io sbuffo parecchio, i miei polmoni faticano a dilatarsi, ostruiti sicuramente da una massa di catrame e nicotina. Sotto lo zoccolo indosso l'imbragatura, sistemo tutto il materiale in modo ordinato, e lego lo zaino da recuperare sul capo di una delle due corde che mi faranno compagnia durante la salita. La prima parte è completamente innevata, sono costretto ad indossare i ramponi, stringo bene il cinturino di sicurezza e dopo aver salutato il mio amico, parto. Salgo senza assicurarmi aprendomi la strada sulla neve , i ramponi grattano sulla roccia nascosta e con la picca cerco di trovare qualche sporgenza dove caricare la forza in trazione, dietro di me una scia scura lascia intuire il mio passaggio. Dalle cenge in alto piccole slavine di neve polverosa rovinano verso il basso passandomi accanto, ma ormai il mio corpo caldo ed eccitato dall'ambiente magico che mi sta attorno, mi fa sentire un leone, tanto da immedesimarmi con la figura del “grande Renato” che sale imperterrito contro gli elementi. Sotto al primo tiro vero e proprio decido di proseguire in autosicura e di indossare le scarpette, anche se la parete è in parte vetrata. Le scarpe erano un paio di mitiche One Sport un numero più grande, indossate con due calzini. Superato il primo strapiombo, cercando di evitare i tratti di ghiaccio, sono costretto ad attraversare subito a sinistra e a risalire un diedro intasato di neve. Impreco per un infinità di tempo buttando dentro tutto quel che posso, e ahimè azzerando ogni passaggio, prima di venirne a capo. Dopo la discesa e la risalita con i jumar mi stravacco sulla cengia ansimante e con il desiderio incontrollabile di fumarmi una cicca. Devo essere parsimonioso, perché il tabacco è dosato e mi dovrà servire per la lunga notte, rollo la sigaretta con le mani intirizzite e secche, ne vien fuori un moncone informe che continua ad aprirsi sul punto di giunzione, riesco a fare un paio di aspirate alla disperata e poi il contenuto finisce sulla neve, bestemmio dandomi del idiota per non aver portato con me le sigarette sufficienti... Lo spigolo aereo della Rocchetta appare ora ripulito, decido di proseguire slegato per velocizzare i tempi. Mi sistemo bene due cordini con due moschettoni sull’imbrago per essere pronto ad agganciarmi eventualmente a qualche chiodo e riparto. Proseguo così per altre cinque lunghezze, assicurandomi solo parzialmente su qualche passaggio e recuperando ad ogni tiro lo zaino agganciato ad un chiodo della sosta con un gancio fiffi. Superato i due tiri più impegnativi decido di sistemare il posto da bivacco sul esile cengia sotto al diedro giallo strapiombante che conduce sulla parte alta della via. Il recupero del saccone mi ha acciaiato le braccia, non so che ore sono, non ho un orologio e cerco di regolarmi con la luce del sole. Giù al rifugio intravedo movimento, ci sono tre persone; Aldo De Zordi con un amico è venuto per seguire la mia invernale, vengo a sapere successivamente che in quel frangente stavano discutendo con Pietro sul perché mi fermassi così presto. Sono solo le due. Scatto qualche foto, scoprendo in futuro che l'otturatore della mia nuova Yashica reflex tutta meccanica e manuale ha il vizietto di non far aprire l'otturatore quando fa un po' di freddo, bestemmierò poi, facendomi comunque fregare in altre occasioni. Non capisco perché il buio tardi ad arrivare, ma stando fermi fa freddo, mi infilo nel sacco piuma e armeggio con il fornello per sciogliere un po' di neve e prepararmi una bevanda calda, poi preso nuovamente da una crisi d'astinenza, mi industrio per risolvere il problema delle cartine, costruisco con il cartoncino di una scatola di sardine una sorta di cono che assomiglia vagamente ad un “ciloom”, lo riempio di tabacco e lo accendo, sembra funzionare, solo che per tenerlo acceso devo aspirare con forza continuamente, tanto da stordirmi ed entrare in uno stato comatoso. Tra uno spuntino e l'altro ripeto più volte l'operazione, mentre la penombra lascia spazio nuovamente al cielo stellato. Le luci di Zoldo pian piano si accendono dando alla vallata un tocco magico, mentre l'imponente sagoma della Civetta si staglia sempre più scura sull'orizzonte in dissolvenza. Il gelo mi avvolge, entro completamente dentro il sacco, lasciando un apertura di pochi centimetri, giusto per poter respirare. La notte è interminabile un dormiveglia continuo, ogni tanto esco dal mio caldo “cuccio”, per cercare la compagnia del fumo, ogni volta una raggelata incredibile, ci vogliono parecchi minuti per tornare ad un tepore accettabile. Do fondo alle

ultime riserve di tabacco e verso mattina entro in un sonno profondo... E' giorno già da un pezzo quando esco tremante dal mio nido notturno, sono nervoso e preoccupato per l'assenza di tabacco, dovrò salire più veloce possibile per evitare un eventuale bivacco, parto nuovamente slegato. Sotto al primo strapiombo, ho le mani completamente ghiacciate, saggio attentamente un chiodo dove sono costretto ad appendermi, ci metto un infinità di tempo a riscaldare le mie dita indiavolate, ma poi proseguo veloce senza intoppi. Sul canale terminale sprofondo fino alla cinta, mi alzo un metro e scivolo all'indietro di mezzo, una lotta con l'alpe, ansimo per un infinità di tempo ma poi riesco a stravaccarmi sulla forcella sotto la cima dove termina la via. Urlo di gioia, mi sento un eroe, per festeggiare cerco con la fantasia le immagini di Casarotto, di Bonatti, di Bee... mi guardo intorno ma sono solo... tutto mi pare offuscato, quanto vorrei avere una cicca a farmi compagnia... Quando giungo al rifugio, Pietro mi attende sorridente, già da lontano ha visto nel mio volto trasparire il bisogno di fumo, si congratula con me e mi porge con fierezza la sua pipa già pronta all'uso...

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