domenica 13 maggio 2018

SCHIEVENIN.............Placche de Pont e Settore Mitico Mas

Sulle Placche da Pont,  una bellissima fascia nera si lascia facilmente domare nella prima parte, cercando con dei brevi spostamenti le due fessure che salgono parallele fin sotto al muro finale. Poi non ci sono scappatoie, un elaborata danza di piedi ritmata da un incrocio di mani su appigli ridicoli, conduce ad un bidito dove finalmente  rinviare, o altrimenti il grande volo è assicurato. Ancora un monodito, il piede spalmato sul liscio e con un lancio si abbraccia la lunga lista obliqua che fa tirare un sospiro di sollievo....
Mitico Mas è un settore per ricordare il grande Massarotto. Sull'estrema sinistra la via "top secret"è la prima aperta della parete. Rimasta per anni nell'oblio, trova finalmente una collocazione fra le vie più dure della valle. I blocchi iniziali lasciano qualche dubbio, bisogna prestare attenzione, ma poi la placca diventa compatta, forse fin troppo. I primi movimenti sono la chiave per entrare nel paese dei balocchi, un monodito, una lista obliqua, una spallata per trovare il giusto bilanciamento e poi tanti auguri...
Un grazie a Roberto, che si è dato parecchio da fare,  un grazie per la collaborazione a Linea Verticale, a Walter e Cristian...



Mitico Mas

Placche da pont

 

lunedì 30 aprile 2018

PALA ALTA anni 80 Via Arban e via nuova...

Ogni via percorsa in un ambiente selvaggio,  fuori dai percorsi preconfezionati, troppo frequentati e documentati,  ha una storia da raccontare. Si può sbagliare il tragitto di avvicinamento e perdersi imprecando in un groviglio di mughi, risultato: quattro ore di scarpinata, con calate improvvisate e risalite su prati verticali... Si può passare una notte all'addiaccio su una cengia inclinata e scomoda con la compagnia terrificante di una miriade di zecche, risultato: una notte da incubo  a grattare preoccupati ogni prurito... Si può accorgersi al mattino, durante i preparativi, di aver dimenticato un martello, e di aver con se pochi chiodi, risultato: se si vuol proseguire, bisogna adattarsi con tre nut e qualche cordino... Si può sbagliare l'attacco e superare terrorizzati una placca a scaglie, si può proseguire titubanti e passare attraverso un labirinto di massi instabili...Si può giungere in cima, sfiniti, senza più un chiodo, ma incredibilmente felici, risultato: dobbiamo tornare ed aprire una via nuova!!













mercoledì 7 febbraio 2018

Spigolo Strobel 1992 ...un invernale senza cicche...



Verso il tardo pomeriggio inizia a nevicare, esco
imprecando dalla stanza allestita a bivacco invernale del Rifugio Casera di Bosconero, mentre Pietro alimenta il fuoco della stufa. Scruto meravigliato l'inaspettata nevicata e preoccupato per le condizioni che troverò l'indomani in parete cerco di sedare l'ansia fumando una cicca dietro l'altra. Le previsioni allora non erano precise come ai giorni nostri e quell'anno l'inverno si era presentato piuttosto mite e privo di precipitazioni , ritardando le mie ambizioni alpinistiche. Da tempo avevo programmato di fare da solo lo “strobel” in invernale cercando di emulare colui che per me era il più grande alpinista solitario di sempre, e cioè Renato Casarotto, che aveva percorso la via in cordata per la prima volta nella stagione avversa. Naturalmente volevo le condizioni come nelle sue imprese: con tanta neve e temperature estreme e forse quella nevicata che tanto mi irritava capitava a pennello per colorare con più bianco le montagne un po' smorte di quel febbraio inusuale. La mattina giunti di buon ora con il cielo terso, avevamo trovato il sentiero privo di neve fin quasi sotto al rifugio, e Pietro che come in altre occasioni si era offerto volontario per aiutarmi nel trasporto del materiale, era più infastidito di me per le condizioni troppo morbide della montagna. Con il tramonto il cielo si apre, sono caduti appena 5 cm di neve, e un forte vento sconquassa i profili della Rocchetta sollevando un turbinio bianco che pian piano si dissolve nel blu intenso del cielo ormai pronto a far spazio alle stelle. Quando rabbuia tutto si calma e il gelo ci accompagna verso il calore del rifugio, ceniamo dando fondo all'ultimo goccio di vino nero che il mio amico ha vinificato con amore e passione. Pietro è un tipo eccentrico, un pensatore, un ribelle rabbioso in conflitto con gli eccessi della modernità, cerca nel possibile di coltivare in modo naturale tutto ciò che mangia, ha portato persino un po' del tabacco prodotto in piccola quantità finemente con le sue mani. Ha un amore immenso per la montagna, per le zone selvagge, ma non ha mai ambito scalare e vivere la roccia, il suo mondo sono i boschi, le valli anguste, i suoni della natura. Dopo quegli anni il mio compagno invecchiando si è un po' rabbonito, mantenendo comunque fede ai suoi ideali, eravamo grandi amici ma purtroppo come spesso capita nei rapporti più forti, alcune incomprensioni ci hanno fatto perdere di vista, senza però farmi dimenticare i bei momenti passati assieme. Dopo un buon caffè corretto con la grappa usciamo per fumare, lui si prepara la pipa che abilmente si è costruito ed io scopro con stupore di avere a disposizione l'ultima sigaretta, ho fumato tutto il giorno senza ritegno. La dipendenza al tabacco mi porta in uno stato confusionale; dovrò rinunciare alla salita, come potrò bivaccare in parete senza la compagnia del fumo...!? Mentre mi gusto ansioso l'ultima cicca, guardo il mio amico con una maschera di supplica, e lui capisce dove andrò a parare e si infastidisce, tiene a quel tabacco come ad un oracolo e lo fuma con parsimonia e devozione. Impreca, dandomi del tossico incapace di controllarmi, ma poi capisce e si rassegna: “ …questo la via senza fumar no al va a farla!” Su quello che non intrasige è il prestarmi la pipa, avrà bisogno di fumare anche lui, rimarrà al rifugio da solo per un giorno ancora e anche per la notte successiva, poi si vedrà… L'unica cosa che mi viene in mente è ritagliare minuziosamente in piccoli pezzi una pagina del giornale che si trova sulla cassa della legna vicino alla stufa. Preparo una ventina di cartine già pronte all'uso. Prima di coricarmi rollo un po' del tabacco che il buon Pietro mi ha preparato su una busta di nylon; lecco con più saliva possibile, ma la carta si stacca continuamente, quando provo ad accendere quella specie di mozzicone contorto, il bordo si infiamma, la spengo e provo a tirare, una aspirata acre che toglie il fiato e poi la brace si spegne, devo ripetere l'operazione più volte, prima di stabilire di aver assunto la giusta dose di quella droga di cui sono dipendente ancora oggi, sarà un impresa, ma non ho alternativa. La mattina di buonora quando usciamo fa un freddo bestiale, la mole e la siluette nera della Rocchetta Alta che si staglia contro il cielo ancora stellato mi incute paura, ma quando intuisco le striature e le pennellate candide lasciate dall'ultima nevicata, il mio spirito d'avventuriero riacquista vigore. Sul sentiero dietro il rifugio il mio compagno si piazza d'avanti con un bel zainone in spalla e comincia a battere la traccia, man mano che saliamo la quantità di neve aumenta, sprofondiamo anche per trenta quaranta centimetri, io sbuffo parecchio, i miei polmoni faticano a dilatarsi, ostruiti sicuramente da una massa di catrame e nicotina. Sotto lo zoccolo indosso l'imbragatura, sistemo tutto il materiale in modo ordinato, e lego lo zaino da recuperare sul capo di una delle due corde che mi faranno compagnia durante la salita. La prima parte è completamente innevata, sono costretto ad indossare i ramponi, stringo bene il cinturino di sicurezza e dopo aver salutato il mio amico, parto. Salgo senza assicurarmi aprendomi la strada sulla neve , i ramponi grattano sulla roccia nascosta e con la picca cerco di trovare qualche sporgenza dove caricare la forza in trazione, dietro di me una scia scura lascia intuire il mio passaggio. Dalle cenge in alto piccole slavine di neve polverosa rovinano verso il basso passandomi accanto, ma ormai il mio corpo caldo ed eccitato dall'ambiente magico che mi sta attorno, mi fa sentire un leone, tanto da immedesimarmi con la figura del “grande Renato” che sale imperterrito contro gli elementi. Sotto al primo tiro vero e proprio decido di proseguire in autosicura e di indossare le scarpette, anche se la parete è in parte vetrata. Le scarpe erano un paio di mitiche One Sport un numero più grande, indossate con due calzini. Superato il primo strapiombo, cercando di evitare i tratti di ghiaccio, sono costretto ad attraversare subito a sinistra e a risalire un diedro intasato di neve. Impreco per un infinità di tempo buttando dentro tutto quel che posso, e ahimè azzerando ogni passaggio, prima di venirne a capo. Dopo la discesa e la risalita con i jumar mi stravacco sulla cengia ansimante e con il desiderio incontrollabile di fumarmi una cicca. Devo essere parsimonioso, perché il tabacco è dosato e mi dovrà servire per la lunga notte, rollo la sigaretta con le mani intirizzite e secche, ne vien fuori un moncone informe che continua ad aprirsi sul punto di giunzione, riesco a fare un paio di aspirate alla disperata e poi il contenuto finisce sulla neve, bestemmio dandomi del idiota per non aver portato con me le sigarette sufficienti... Lo spigolo aereo della Rocchetta appare ora ripulito, decido di proseguire slegato per velocizzare i tempi. Mi sistemo bene due cordini con due moschettoni sull’imbrago per essere pronto ad agganciarmi eventualmente a qualche chiodo e riparto. Proseguo così per altre cinque lunghezze, assicurandomi solo parzialmente su qualche passaggio e recuperando ad ogni tiro lo zaino agganciato ad un chiodo della sosta con un gancio fiffi. Superato i due tiri più impegnativi decido di sistemare il posto da bivacco sul esile cengia sotto al diedro giallo strapiombante che conduce sulla parte alta della via. Il recupero del saccone mi ha acciaiato le braccia, non so che ore sono, non ho un orologio e cerco di regolarmi con la luce del sole. Giù al rifugio intravedo movimento, ci sono tre persone; Aldo De Zordi con un amico è venuto per seguire la mia invernale, vengo a sapere successivamente che in quel frangente stavano discutendo con Pietro sul perché mi fermassi così presto. Sono solo le due. Scatto qualche foto, scoprendo in futuro che l'otturatore della mia nuova Yashica reflex tutta meccanica e manuale ha il vizietto di non far aprire l'otturatore quando fa un po' di freddo, bestemmierò poi, facendomi comunque fregare in altre occasioni. Non capisco perché il buio tardi ad arrivare, ma stando fermi fa freddo, mi infilo nel sacco piuma e armeggio con il fornello per sciogliere un po' di neve e prepararmi una bevanda calda, poi preso nuovamente da una crisi d'astinenza, mi industrio per risolvere il problema delle cartine, costruisco con il cartoncino di una scatola di sardine una sorta di cono che assomiglia vagamente ad un “ciloom”, lo riempio di tabacco e lo accendo, sembra funzionare, solo che per tenerlo acceso devo aspirare con forza continuamente, tanto da stordirmi ed entrare in uno stato comatoso. Tra uno spuntino e l'altro ripeto più volte l'operazione, mentre la penombra lascia spazio nuovamente al cielo stellato. Le luci di Zoldo pian piano si accendono dando alla vallata un tocco magico, mentre l'imponente sagoma della Civetta si staglia sempre più scura sull'orizzonte in dissolvenza. Il gelo mi avvolge, entro completamente dentro il sacco, lasciando un apertura di pochi centimetri, giusto per poter respirare. La notte è interminabile un dormiveglia continuo, ogni tanto esco dal mio caldo “cuccio”, per cercare la compagnia del fumo, ogni volta una raggelata incredibile, ci vogliono parecchi minuti per tornare ad un tepore accettabile. Do fondo alle

ultime riserve di tabacco e verso mattina entro in un sonno profondo... E' giorno già da un pezzo quando esco tremante dal mio nido notturno, sono nervoso e preoccupato per l'assenza di tabacco, dovrò salire più veloce possibile per evitare un eventuale bivacco, parto nuovamente slegato. Sotto al primo strapiombo, ho le mani completamente ghiacciate, saggio attentamente un chiodo dove sono costretto ad appendermi, ci metto un infinità di tempo a riscaldare le mie dita indiavolate, ma poi proseguo veloce senza intoppi. Sul canale terminale sprofondo fino alla cinta, mi alzo un metro e scivolo all'indietro di mezzo, una lotta con l'alpe, ansimo per un infinità di tempo ma poi riesco a stravaccarmi sulla forcella sotto la cima dove termina la via. Urlo di gioia, mi sento un eroe, per festeggiare cerco con la fantasia le immagini di Casarotto, di Bonatti, di Bee... mi guardo intorno ma sono solo... tutto mi pare offuscato, quanto vorrei avere una cicca a farmi compagnia... Quando giungo al rifugio, Pietro mi attende sorridente, già da lontano ha visto nel mio volto trasparire il bisogno di fumo, si congratula con me e mi porge con fierezza la sua pipa già pronta all'uso...

lunedì 29 gennaio 2018

SCHIEVENIN Più sicurezza per le tasche di qualcuno...




Mi sembra, che nella Valle di Schievenin, gli incidenti sono avvenuti sempre per delle distrazioni, non certo a causa delle protezioni in loco ( spit , catene o moschettoni), mi sento anche di dire che tutto sommato è una delle palestre di roccia più sicure del circondario, nonostante qualcuno abbia cercato di gettare scompiglio e terrore. Comunque l'arrampicata in ambiente resta un attività estrema e pericolosa. Chiaro che numerosi moschettoni o maglie rapide andrebbero sostituiti, lo faccio presente continuamente, in molti casi mi adopero per sostituirli e lo fa anche qualche anonimo volontario, a differenza di molti che si lamentano pubblicamente e non hanno mai messo mano. Sono buoni i propositi del comune di Quero per un arricchimento della Valle in prospettiva turistica, ma per quel che riguarda la messa in sicurezza c'è stata una mancanza di conoscenza e sensibilità, che ha messo hai margini, senza interpellarli, coloro che negli anni hanno aperto e mantenuto le vie in sicurezza. Non faccio nomi, ce ne sono tanti. Mi sento di nominare l'unico che, come gruppo, per un periodo della storia di Schievenin, si è dato da fare per la manutenzione di quasi tutte le vie, ovvero “I Salvan” del Cai di Montebelluna. Quel che mi lascia esterrefatto è che i più assidui frequentatori non sanno ancora a chi verrà dato l'onere di sistemare la palestra e con quali “escamotage” all'italiana si sono conquistati, magari senza meriti, soldini facili per pseudo lavori inventati. Con il presupposto che non dovrebbe essere un lavoro ma una passione collettiva di volontariato, io come sempre lo farei gratis, eccetto per il materiale naturalmente, lavorando solo dove veramente necessario...pensate quanti soldi risparmierebbe il comune! Ah ah ah...!
Forse sarà perché sono un romantico e vedo ancora l'arrampicata come un attività pulita, fuori dagli schemi degli interessi economici che mi permetto di fare polemica, ma lo so bene che i miei commenti sono sterili e che le carte sono già state giocate. Spero solo che i fortunati “professionisti” abbiano il buon senso di rispettare la storia e quello che hanno fatto gli altri, senza ridurre l'arrampicata libera ad una progressione con il rinvio sempre davanti al naso...
Ah... dimenticavo le vie sono già state mappate....

lunedì 1 gennaio 2018

2018....ANCORA NO SPIT



Il 2017 è stato per me il classico anno sabbatico, in cui ho sentito veramente il peso degli anni, con un'alternanza di condizioni fisiche che non mi hanno permesso di trovare mai gli stimoli e il momento giusto per realizzare qualche sogno alpinistico rimasto nel cassetto. Al tutto poi si è aggiunta la triste notizia che alcuni “ boce” hanno aperto delle vie, usando trapano e spit, sulle montagne che più amo; le Alpi Feltrine, i Monti del Sole e il Bosconero. Una mazzata per il mio modo di vedere. Gruppi montuosi, che nonostante la modesta quota, considero a tutti gli effetti montagne con la emme maiuscola, e quindi riservate all'alpinismo vero e proprio con tutte le caratteristiche e difficoltà che questa attività acclude: dai faticosi avvicinamenti con zaini pesanti, all'incertezza per le condizioni del tempo, dalla morfologia dell'ambiente fatto di neve ghiaccio e roccia, alla varietà dei suoi percorsi con mura inaccessibili fatte di fessure, pieghe naturali, placche lisce, strapiombi, tetti etc... barriere naturali con le quali ogni alpinista deve sapersi confrontare imponendosi delle regole etiche che limitino l'uso della tecnologia e delle attrezzature moderne.
Ben si sa che l'uomo è andato sulla luna, e che già agli inizi del secolo scorso si costruivano palazzi di centinaia di metri ed esistevano perforatori a percussione in grado di forare il granito, lo sapevano anche Paul Preuss e George Winkler, e tutti i grandi alpinisti di quel epoca e di quella successiva, che erano certamente opposti per la maggioranza, a qualche mente perversa che già allora aveva costruito vie ferrate e funamboliche funivie per raggiungere cime impossibili, per la gioia del turista della domenica e delle tasche di pochi magnati. Un progresso nemico della natura che ha portato solo dopo alla consapevolezza della tutela degli ambienti dei giorni nostri mettendo un limite a dette opere. Questa breve riflessione può apparire piena di retorica, ma è strettamente collegata a piccolezze come quella di praticare l'alpinismo usando il trapano per riempire il proprio carniere, superando barando i propri limiti. E' più forte di me non riesco a tacere per quanto mi riprometta di stare zitto e di non alimentare polemiche, visto che allo stato attuale, mi sento solo a combattere contro il mondo intero per un ideale che non riesco più a rendere elastico. Spero almeno di sensibilizzare i pochi giovani che curiosano per caso nel mio blog, o di spronare qualche vecchio a tenere duro per non farsi ammaliare dai grandi numeri senza rischi proposti da questi itinerari definiti moderni. L'alpinismo deve distinguersi dall'arrampicata sportiva, e come essa porsi delle regole, ci sta' a pennello il non trapanare la roccia come il non usare le bombole di ossigeno in quota, il non lasciare spit fissi, come il non costruire campi intermedi fissi in quota (qualcuno ci ha già pensato seriamente).
Credo che sulle dolomiti l'evoluzione delle vie “trad”, dell'alpinismo pulito, sia stata frenata dall'essere andati molto avanti con il grado di difficoltà nell'arrampicata sportiva praticata in falesia e sui massi, si è voluto poi riproporre le stesse situazioni in montagna, dando l'illusione ai numerosi ripetitori di praticare alpinismo estremo. In realtà si tratta di una scorciatoia messa in atto da chi non ha voluto accettare i propri limiti, proponendo un'evoluzione basata su un esagerato innalzamento della difficoltà, che ha saltato un percorso intermedio, sminuendo gli itinerari classici e il più recente periodo storico di un' intera generazione che si è affannata nella ricerca dell'arrampicata libera, dove la difficoltà non era solo un gesto atletico, bensì la capacità mentale di muoversi solo con le protezioni concesse dalla morfologia della roccia. Stile improntato su di un etica rigida che ha portato all'apertura “on sight “ di vie con difficoltà poco oltre il VII e ben lontana dai grandi numeri proposti dai moderni trapanatori. Sono vie rimaste nell'oblio ripetute raramente solo da pochi preparati e che meriterebbero tutte le attenzioni della cronaca. Volendo poi, per chi si lamenta che non c'è più niente da fare, di queste vie mancherebbero le prime invernali, le prime solitarie, e comunque con un po' di fantasia e creatività ci sono ancora numerose vie stradure da aprire, chiaramente su queste il pericolo non manca, ma proprio non me lo vedo l'alpinismo senza rischio.
Sui trapanatori quello che mi lascia perplesso è la confusione di pensiero, con tutte quelle etiche e sotto etiche che si stanno sviluppando formando diverse schiere: da quelli che si definisco esclusivamente arrampicatori sportivi, e forse sono quelli più coerenti, che attrezzano da cima a fondo e gradano bello lasco per attirare intere masse. A quelli un po' confusi, con più cultura alpinistica, liberisti puri, che aprono la via in stile classico, ma che poi sulla placca si dicono è impossibile passare, e dopo aver armeggiato in artificiale con clif e micro chiodi, concludono con il trapano, giustificando il proprio senso di colpa asserendo di aver usato solo due spit in tutta la via. Altra categoria, ed è quella che mi fa più paura, è quella di chi, dichiarandosi altruista, si preoccupa che alcuni gruppi montuosi siano poco frequentati, ed invece di andare a ripetere le vie già esistenti in prima persona, pensa bene di aprirne di nuove, attrezzando con gli spit, guarda caso solo il tiro che devono tornare a provare in libera...
Non me ne voglia nessuno per queste affermazioni, le mie critiche sono sterili, come già detto sono solo un vecchio ago nel pagliaio, ma credo più che fermamente che la montagna meriterebbe più rispetto e che all'alpinismo, con tutto il suo bagaglio storico, vada concessa una semplice regola come quella della “lealtà” di non trapanare la roccia. Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile sviluppare l'arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono già molte e la maggioranza son poco ripetute.
Concludo: sarebbe veramente bello lasciare stare la montagna e il terreno per lo sviluppo dell'alpinismo dell'arrampicata trad e dell' avventura....perciò Buon 2018.....senza spit!!!