lunedì 1 gennaio 2018

2018....ANCORA NO SPIT



Il 2017 è stato per me il classico anno sabbatico, in cui ho sentito veramente il peso degli anni, con un'alternanza di condizioni fisiche che non mi hanno permesso di trovare mai gli stimoli e il momento giusto per realizzare qualche sogno alpinistico rimasto nel cassetto. Al tutto poi si è aggiunta la triste notizia che alcuni “ boce” hanno aperto delle vie, usando trapano e spit, sulle montagne che più amo; le Alpi Feltrine, i Monti del Sole e il Bosconero. Una mazzata per il mio modo di vedere. Gruppi montuosi, che nonostante la modesta quota, considero a tutti gli effetti montagne con la emme maiuscola, e quindi riservate all'alpinismo vero e proprio con tutte le caratteristiche e difficoltà che questa attività acclude: dai faticosi avvicinamenti con zaini pesanti, all'incertezza per le condizioni del tempo, dalla morfologia dell'ambiente fatto di neve ghiaccio e roccia, alla varietà dei suoi percorsi con mura inaccessibili fatte di fessure, pieghe naturali, placche lisce, strapiombi, tetti etc... barriere naturali con le quali ogni alpinista deve sapersi confrontare imponendosi delle regole etiche che limitino l'uso della tecnologia e delle attrezzature moderne.
Ben si sa che l'uomo è andato sulla luna, e che già agli inizi del secolo scorso si costruivano palazzi di centinaia di metri ed esistevano perforatori a percussione in grado di forare il granito, lo sapevano anche Paul Preuss e George Winkler, e tutti i grandi alpinisti di quel epoca e di quella successiva, che erano certamente opposti per la maggioranza, a qualche mente perversa che già allora aveva costruito vie ferrate e funamboliche funivie per raggiungere cime impossibili, per la gioia del turista della domenica e delle tasche di pochi magnati. Un progresso nemico della natura che ha portato solo dopo alla consapevolezza della tutela degli ambienti dei giorni nostri mettendo un limite a dette opere. Questa breve riflessione può apparire piena di retorica, ma è strettamente collegata a piccolezze come quella di praticare l'alpinismo usando il trapano per riempire il proprio carniere, superando barando i propri limiti. E' più forte di me non riesco a tacere per quanto mi riprometta di stare zitto e di non alimentare polemiche, visto che allo stato attuale, mi sento solo a combattere contro il mondo intero per un ideale che non riesco più a rendere elastico. Spero almeno di sensibilizzare i pochi giovani che curiosano per caso nel mio blog, o di spronare qualche vecchio a tenere duro per non farsi ammaliare dai grandi numeri senza rischi proposti da questi itinerari definiti moderni. L'alpinismo deve distinguersi dall'arrampicata sportiva, e come essa porsi delle regole, ci sta' a pennello il non trapanare la roccia come il non usare le bombole di ossigeno in quota, il non lasciare spit fissi, come il non costruire campi intermedi fissi in quota (qualcuno ci ha già pensato seriamente).
Credo che sulle dolomiti l'evoluzione delle vie “trad”, dell'alpinismo pulito, sia stata frenata dall'essere andati molto avanti con il grado di difficoltà nell'arrampicata sportiva praticata in falesia e sui massi, si è voluto poi riproporre le stesse situazioni in montagna, dando l'illusione ai numerosi ripetitori di praticare alpinismo estremo. In realtà si tratta di una scorciatoia messa in atto da chi non ha voluto accettare i propri limiti, proponendo un'evoluzione basata su un esagerato innalzamento della difficoltà, che ha saltato un percorso intermedio, sminuendo gli itinerari classici e il più recente periodo storico di un' intera generazione che si è affannata nella ricerca dell'arrampicata libera, dove la difficoltà non era solo un gesto atletico, bensì la capacità mentale di muoversi solo con le protezioni concesse dalla morfologia della roccia. Stile improntato su di un etica rigida che ha portato all'apertura “on sight “ di vie con difficoltà poco oltre il VII e ben lontana dai grandi numeri proposti dai moderni trapanatori. Sono vie rimaste nell'oblio ripetute raramente solo da pochi preparati e che meriterebbero tutte le attenzioni della cronaca. Volendo poi, per chi si lamenta che non c'è più niente da fare, di queste vie mancherebbero le prime invernali, le prime solitarie, e comunque con un po' di fantasia e creatività ci sono ancora numerose vie stradure da aprire, chiaramente su queste il pericolo non manca, ma proprio non me lo vedo l'alpinismo senza rischio.
Sui trapanatori quello che mi lascia perplesso è la confusione di pensiero, con tutte quelle etiche e sotto etiche che si stanno sviluppando formando diverse schiere: da quelli che si definisco esclusivamente arrampicatori sportivi, e forse sono quelli più coerenti, che attrezzano da cima a fondo e gradano bello lasco per attirare intere masse. A quelli un po' confusi, con più cultura alpinistica, liberisti puri, che aprono la via in stile classico, ma che poi sulla placca si dicono è impossibile passare, e dopo aver armeggiato in artificiale con clif e micro chiodi, concludono con il trapano, giustificando il proprio senso di colpa asserendo di aver usato solo due spit in tutta la via. Altra categoria, ed è quella che mi fa più paura, è quella di chi, dichiarandosi altruista, si preoccupa che alcuni gruppi montuosi siano poco frequentati, ed invece di andare a ripetere le vie già esistenti in prima persona, pensa bene di aprirne di nuove, attrezzando con gli spit, guarda caso solo il tiro che devono tornare a provare in libera...
Non me ne voglia nessuno per queste affermazioni, le mie critiche sono sterili, come già detto sono solo un vecchio ago nel pagliaio, ma credo più che fermamente che la montagna meriterebbe più rispetto e che all'alpinismo, con tutto il suo bagaglio storico, vada concessa una semplice regola come quella della “lealtà” di non trapanare la roccia. Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile sviluppare l'arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono già molte e la maggioranza son poco ripetute.
Concludo: sarebbe veramente bello lasciare stare la montagna e il terreno per lo sviluppo dell'alpinismo dell'arrampicata trad e dell' avventura....perciò Buon 2018.....senza spit!!!














martedì 19 settembre 2017

MONTI DEL SOLE... per i nuovi appassionati...

...Chi non conosce il Gruppo dei Monti del Sole non potrà capire fino in fondo quali difficoltà logistiche e tecniche esso sfoderi per difendersi dagli assalti dei rari ed eroici alpinisti. la quota modesta è una falsa protezione. Sudori e sacrifici sono all'insegna di ogni traguardo. Se tutto va bene, impieghi un giorno a piedi per arrivare alla base della parete. E bivacchi. Poi un giorno, ma devi essere forte, per vincere la placconata, spesso infiorettata di verdure varie. E bivacchi ancora. Un giorno, o quasi,  per tornare al tuo letto nuziale, dove bivacchi di nuovo; disteso, rilassato, accarezzato, ma zeppo di nostalgie e ricordi... Non è eresia azzardare che trattasi dell'ultima barriera di avventura vera esistente nelle Alpi.          ( Italo Zandonella Callegher )














domenica 27 agosto 2017

PIZ DE SAGRON "Variante dei Pieri" alla via...


...l'idea era di aprire una via tutta indipendente e diretta, che salisse a destra della "Via Zanotto, Zanetti, Pranovi"del 1966. Purtroppo, ad oltre metà parete, giunti alla bellissima placconata nera  che si insinua in una zona di strapiombi gialli e che avevamo immaginato come direttiva della via, scopriamo con sorpresa che una fila di vecchi chiodi segnala che qualcuno è già passato prima di noi. Dalle documentazioni in nostro possesso non risulta , ma a mio modesto parere, vista anche la tipologia dei chiodi, credo si tratti di una vecchia variante, fatta sempre negli anni 60 da ignoti, all'uscita originale  della via dei tre vicentini,  (Zanotto, Zanetti, Pranovi,).  I dubbi restano però ...  e per questo spero di ricevere qualche notizia dettagliata da chi ne sapesse qualcosa. La nostra via o variante è comunque una valida alternativa per la parte bassa; evita a destra la lunga spaccatura obliqua della via originale, salendo con una logica più moderna che evita le zone più friabili su divertenti placche e brevi diedri. Nel complesso i due tracciati concatenati creano una linea diretta su  roccia discreta e spesso ottima, sopratutto sulla placca sopra citata dove posso affermare di aver percorso uno dei tiri più belli delle Alpi Feltrine. La via ha una sviluppo di oltre 700mt, con difficoltà fino al sesto grado e tutti i chiodi usati sono rimasti in parete. Nonostante le difficoltà discontinue la via è consigliabile solo ad una cordata esperta munita di una serie di friend, nut, chiodi e per una ripetizione bisogna calcolare circa  6-8 ore. Va tenuto presente che poco a destra del nostro itinerario sale una via parallela ("Via Rinaldo" F.Lamo e N.Carraro 1996), che va comunque ad inserirsi nella parte alta nello stesso percorso.

AVVICINAMENTO: dal Passo Cereda si raggiunge, per la ripida strada forestale, la malga Fossetta. Quindi seguendo i segnavia del CAI, per ripido sentiero, si raggiunge il Passo di Palughet . Si prosegue a sinistra seguendo la dorsale erbosa in direzione delle Pale di Palughet , fino ad incontrare sulla destra il ripido canalone che scende nella spettacolare Val Giasenozza. Alla base del canalone si risale in direzione della Forcella di Sagron fin dove è possibile volgere a destra e raggiungere le due fasce erbose dove attacca la via (ore 1,30 ).
DISCESA: Per il canalone nord. Dalla cima si scende verso est seguendo gli evidenti segnavia della via normale ( I/II ). Raggiunta una lunga cengia la si segue completamente in direzione ovest raggiungendo un evidente torroncino, lo si aggira a destra e si prosegue ancora contornando altri massi fin dove un' apertura meno ripida permette di scendere a destra ed entrare nel canalone nord. Si prosegue scendendo su difficoltà continue di primo e secondo grado,  andando inizialmente a destra poi a sinistra e usufruendo di alcune calate attrezzate fino a raggiungere la base (ore 2/3 ) .

E' possibile anche raggiungere l'attacco da Mattiuzzi per il canalone della Forcella Sagron, e per la discesa, scendere dalla cima al Bivacco Feltre e quindi per il sentiero 801 dell' alta via,
scendendo per "l'intaiada"  tornare a Mattiuzzi. Consigliabile per evitare la difficile discesa del canalone nord.                         





sabato 22 luglio 2017

ALPI FELTRINE TORRE LUCIA "Via Diretta"

La Torre Lucia  fa parte dei numerosi contrafforti addossati alle pendici settentrionali del Piz Sagron. Si innalza sopra la val Giasinozza con una bella parete caratterizzata da una cuspide terminale slanciata e aguzza. La via diretta aperta da me e Roberto Calabretto nel 1991 sale al centro della parete ovest su rocce grige, evitando una zona strapiombante sulla destra e superando il salto finale con un logico percorso. Dopo averla ripetuta la settimana scorsa posso riconfermare che si tratta di una bella via su di una torre suggestiva e in un ambiente da favola. La roccia non è male,  bisogna comunque in alcuni tratti muoversi con cautela. Seppur non completamente attrezzata, friend e nut trovano spazio un po' dappertutto, ci sono alcune clessidre e  i chiodi entrano sempre molto bene...Una itinerario facile, fuori dalla ressa delle classiche, ma da non prendere sotto gamba, sicuramente non per principianti...



AVVICINAMENTO:
 Dal passo Cereda si segue la strada forestale che porta alla malga Fossetta. Parcheggiato poco prima della malga, subito a sinistra si entra nel bosco e successivamente per un tratto ripido si raggiunge il passo di Palughet (0.30 dalla malga).Per un dosso erboso si sale brevemente in direzione delle creste rocciose (est) delle Pale di Palughet, per poi proseguire sul versante sud seguendo le evidenti tracce fra i mughi tagliati che conducono sul vertice di un canalone franoso. Lo si percorre in discesa fino a raggiungere i  ghiaioni della suggestiva val Gisinozza dove si prosegue per l'evidente traccia in direzione della forcella di Sagron e della Torre Lucia (1.30 dalla malga).......................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................



domenica 16 luglio 2017

SCHIEVENIN...PARETE DEL TEGORZO


Dal Sasso della Grotta , incamminandosi per lo sterrato che conduce all'acquedotto, ad un certo punto si scorge sulla sinistra un esile traccia che si intrufola fra la fitta vegetazione e conduce in un sito da fiaba inaspettato. Subito il Torrente Tegorzo da sfoggio di se con suggestivi cadini di acqua limpida e turchese e una miriade di cascatelle fra i salti rocciosi pennellati da un muschio verde intenso. Guadatolo senza particolari difficoltà si entra in un'inusuale boschetto di abeti al cui  margine si intravede un bastione di roccia scura e compatta.
A sinistra la parete appare squadrata
e regolare, articolata e bucherellata nella parte alta,  liscia e levigata nella parte bassa . Le vie danno subito filo da torcere sulle partenze ma si lasciano poi domare più facilmente per arrivare alle soste. La parte destra rivolta  a nord, è più irregolare, si abbassa con una caratteristica parete liscia e strapiombante ; dove si impone il "boulder" e sale nuovamente sulla destra con un magnifico pilastro nero e strapiombante dove  al centro si sale di forza e continuità una delle vie strong più belle della valle...
La Parete del Tegorzo è una perla nascosta rimasta incredibilmente nell'oblio per decenni, risanata e arricchita di numerose vie nuove da Pier, Aldo e Renato... buona arrampicata ...


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lunedì 5 giugno 2017

Tempo incerto...

Rovistando fra le scartoffie mi capita fra le mani un foglio sgualcito raffigurante in modo approssimativo uno schizzo di una parete con tracciate due vie. Ci metto un po' di tempo prima di capire che montagna sia raffigurata e le vie che la tracciano. Si tratta di una caratteristica torre addossata alle suggestive  Torri dei Garofol o di Palughet poste a ovest della Punta Cereda e da vecchie ricerche che avevo fatto credo si chiami Torre Nadia. Nel estate del 1993 con Roberto Calabretto volevamo tentare una via nuova sulla Punta Cereda, ma dopo aver raggiunto l'attacco e valutato che il tempo era incerto, ritornando verso malga Fossetta fummo attratti dal pilastro compatto della torre, e in fretta e furia, vista la brevità della parete, ci dilettammo nella presunta apertura di queste due vie. Una decina di anni più tardi, un amico incuriosito dallo schizzo che tenevo appeso in un angolo di casa ne fece una copia e andò a ripeterle raccontandomi poi di una bella arrampicata su roccia compatta in un ambiente isolato e suggestivo, ma un po' risentito avendole trovate protette da una fila di spit.  Qualche anno dopo lo stesso amico tornando a ripeterle scopre, con mio enorme piacere, che le placchette sono state rimosse... Guardo e riguardo lo schizzo, ho dei ricordi vaghi, ne sono incuriosito, le vie sono facili e brevi, ideali ad inizio stagione, credo che quest'anno andrò a ripeterle. L'avvicinamento è breve, giusto per i vecchi... mi sembra che da Malga Fossetta si prosegua per il sentiero che porta al Passo di Palughet e prima di imboccare il canalone che sale ripido al passo, si attraversi a sinistra portandosi sotto alle pareti, mezz'ora circa. Spero solo di non trovare una fila di spit...  ..................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................